Partito Popolare Sicurezza e Difesa

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Carceri: braccialetti elettronici che costano un occhio PDF Stampa E-mail

guido-lanzo(di Guido Lanzo) Appena si parla di carceri sovraffollate, regolarmente spuntano fuori i famigerati braccialetti elettronici, il cui ausilio per svuotare le carceri è rimasto indegnamente ancorato alle false promesse di chi ne ha presentato il progetto. Ma i soldi no. Il capitale per finanziare il progetto alla Telecom è stato sborsato eccome, difatti dieci braccialetti ci costano circa 11 milioni di euro all’anno per un affare complessivo da 110 milioni di euro (la cifra è riferita al contratto di appalto Ministero Interno - Telecom per gestire 400 braccialetti per 10 anni ), neanche fossero tempestati di diamanti.Il business dei braccialetti nasce nel 2001 da un accordo di due illustri membri dell'allora governo Amato: l'ex ministro dell'Interno, Enzo Bianco, e l'ex Guardasigilli, Piero Fassino, oggi sindaco di Torino. Ma dei ben 400 dispositivi elettronici che il Viminale ha noleggiato dalla Telecom, solo 11 sono stati utilizzati. L’ennesimo spreco di risorse, dunque,  che lo Stato avrebbe potuto devolvere dignitosamente per il perfezionamento delle 40 strutture carcerarie completate e mai inaugurate, di cui abbiamo già ampliamente discusso.Oltre l’esoso ed improponibile costo dell’affare (per la Telecom, non certo per gli italiani), lo scarso utilizzo dei braccialetti hi tech ha permesso di appurare l’inaffidabilità dello strumento per gravi problemi di applicazione, per il necessario requisito di un domicilio certo, ma anche la facilità con cui disfarsi del farlocco (e costosissimo) congegno rendendosi irreperibili. Paradossalmente sarebbe uno strumento per guadagnare facilmente una via di fuga, anziché assicurare la detenzione domiciliare."Il 2011 ha decretato la scadenza del contratto decennale. Ma solo ora, in vista di un ipotetico rinnovo contrattuale, il governo torna fatalmente ad occuparsi dell’annosa questione del sovraffollamento carcerario, rispolverando l’utilizzo del braccialetto elettronico quale salatissima panacea per ovviare alla detenzione in cella".

 
L'impegno del PPSD per le Guardie Particolari Giurate PDF Stampa E-mail

Roma, 26 dic - (di Luca Roffinot) Un'altra Guardia particolare Giurata e' caduta mentre compiva il proprio dovere. Aveva solo 35 anni e si chiamava Francesco Malcore. Gli hanno sparato dritto in fronte per poche migliaia di euro ma lui, come molti suoi colleghi, di soldi ne guadagnava probabilmente pochi. Sono sole le Gurdie Giurate, di loro se ne parla solo quando scappa il morto, si sa poco o nulla del loro mestiere, della vita che fanno, delle responsabilità che vivono senza una qualifica adeguata, senza una preparazione dovuta a chi indossa una divisa e porta un'arma. Anche per questo è nato ed esiste il PPSD: per ricordare a tutti che nel tutelare e difendere il Comparto Sicurezza non ci siamo dimenticati di loro. Per questo ci battiamo per una proposta di legge che finalmente garantisca alle G.p.G. la preparazione dovuta e la giusta remunerazione.Vogliamo fortemente l'Albo Professionale che li qualifichi come veri e propri Operatori della Sicurezza. Perchè non siano divise di serie B. Il Partito Popolare Sicurezza e Difesa della Regione Lombardia esprime le più vive e sentite condoglianze alla famiglia e ai colleghi di Francesco Malcore, 35 anni, Guardia particolate Giurata della provincia di Taranto.

Luca Roffinot
Segr. Prov. PPSD Brescia, ex Guardia particolare Giurata

 
COMUNICATO STAMPA PDF Stampa E-mail

logoPSDpiccoloDifesa: carabiniere fa politica e viene punito. Il TAR condanna l'amministrazione militare

Roma, 23 dicembre - Si era iscritto ad un partito politico ed aveva incarichi di responsabilità all'interno di esso e per questo i suoi superiori gli avevano inflitto 5 giorni di consegna di rigore e respinto un ricorso gerarchico. Inizia così la vicenda giudiziaria che ha visto contrapporsi, sui banchi del tribunale amministrativo dell'Umbria, il carabiniere scelto Guido Lanzo, in servizio presso il nucleo operativo radiomobile della compagnia di Terni e la propria scala gerarchica, rappresentata e difesa dall'avvocatura dello Stato.

I fatti risalgono all'agosto del 2010 quando nei confronti di Guido Lanzo, una laurea in giurisprudenza e una prossima in scienze politiche, fu avviato dal Comandante della Legione Carabinieri Umbria un procedimento disciplinare che si concluse con l'irrogazione di 5 giorni di consegna di rigore, l'equivalente degli arresti domiciliari per un comune cittadino, con l'obbligo di scontare la "pena" nel proprio alloggio in caserma. A nulla è valso il "ricorso gerarchico" esperito dal carabiniere e rigettato dal comandante del Comando Interregionale Carabinieri "Podgora". A quel punto il carabiniere decide di invocare il Tribunale amministrativo per difendere il proprio diritto sancito, tra l'altro, nella nostra Carta Costituzionale, assistito dall'avvocato Giorgio Carta - una vera autorità nel campo del diritto militare e per le forze di polizia -, in collaborazione con l'avvocato Giuseppe Piscitelli.

La Sezione prima del Tribunale Amministrativo Regionale per l' Umbria non solo da' ragione al carabiniere condannando addirittura l'Amministrazione Difesa a pagare le spese processuali, ma stabilisce un principio giurisprudenziale importante. Non è ravvisabile, a giudizio dei giudici amministrativi, "un divieto di iscrizione e, a fortiori, di assunzione di cariche in seno ai partiti politici, nei confronti del personale delle Forze Armate" se l'attività viene svolta secondo quanto stabilito dalle norme di legge, e cioè "non durante l’attività di servizio, né in luoghi a ciò destinati, né indossando l’uniforme o qualificandosi in relazione all’attività di servizio come militare o rivolgendosi ad altri militari in divisa o qualificatisi come tali".

Il collegio giudicante, composto da Cesare Lamberti (Presidente), Carlo Luigi Cardoni (Consigliere) e Pierfrancesco Ungari (Consigliere, Estensore) va però ben oltre l'enunciazione del semplice principio giurisprudenziale, ma con un'articolata sentenza chiarisce una volta per tutte all'amministrazione della Difesa, che dovrebbe ben conoscere la materia, che "le limitazioni all’esercizio di attività politica da parte del personale militare, non riguardano direttamente il diritto di iscrizione ai partiti o le attività che possono essere svolte all’interno di essi, bensì mirano a separare l’attività di servizio da quella politica, consentita (oltre che in conseguenza delle candidature alle elezioni politiche ed amministrative, in relazione alle quali il rapporto di servizio è sospeso) se svolta a titolo personale e fuori dalle condizioni espressamente individuate dalla legge (quali indici presuntivi di collegamento dell’attività politica del singolo militare con le Forze Armate, come tali)".

Il dott. Guido Lanzo svolge la funzione di Segretario regionale del Piemonte all'interno del Partito Popolare - Sicurezza e Difesa i cui vertici da tempo si sono spesi per dare al personale in uniforme, che rappresenta un'importante aliquota degli iscritti al partito, gli stessi diritti civili e politici che spettano a tutti i cittadini, compreso quindi il diritto ad iscriversi ad un partito politico e fare attività politica secondo quanto stabilito dalla legge.

«Finalmente un collegio giudicante coraggioso ha ristabilito il primato del diritto sulla prepotenza della gerarchia militare che vuole ad ogni costo tenere separati il personale in uniforme dal resto della società civile, imponendo loro regole assurde e palesemente in contrasto con il dato normativo». Così Giuseppe Paradiso, Segretario nazionale del Partito Popolare - Sicurezza e Difesa commenta la sentenza del Tar dell'Umbria e sottolinea inoltre che «sono pendenti da più di un anno presso i competenti tribunali militari delle denunce verso i superiori gerarchici di alcuni iscritti al partito per l'ipotesi di reato contemplata dall’art. 294 del codice penale («Attentati contro i diritti politici del cittadino»), secondo il quale chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l'esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni». «Abbiamo appurato - continua Paradiso - una singolare doppia velocità nel discutere le cause da parte dei tribunali militari, che risultano essere incredibilmente celeri quando l'azione penale è invocata dalle gerarchie militari e, invece, risultano lentissimi quando a finire nel mirino delle denunce sono le stesse gerarchie».

«Speriamo che questa sentenza - conclude Paradiso - possa, da una parte, chiarire finalmente alla gerarchia militare che la sua potestà disciplinare non può dilatarsi fino ad interpretare in maniera illogica ed anticostituzionale dei diritti così importanti per il cittadino militare e, dall'altra, infondere quel coraggio a quegli stessi cittadini in uniforme - come lo ha avuto il carabiniere scelto Guido Lanzo - che finora sono stati timorosi di ripercussioni disciplinari. La vicenda del carabiniere Guido Lanzo è il trionfo del diritto sulla prepotenza, e non sarà l'unica. Le gerarchie militari e le Forze armate, il cui ordinamento "si informa allo spirito democratico della Repubblica" come recita la Costituzione, ne prendano buona nota».

 
Evoluzioni delle conflittualità PDF Stampa E-mail
Giuseppe-Lenzi(di Giuseppe Lenzi) E’ passata sotto silenzio, per non dire che è stata quasi del tutto ignorata dai grandi media, la dotta e fascinosa prolusione tenuta giorni or sono dal prof. Gori in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno Accademico 2011-2012 del’Accademia Aeronautica che vive il suo 88° anno dalla sua fondazione.

L’evento, di fatto, è coinciso con un momento particolarmente effervescente della “grande” politica italiana che ha visto le maggiori ex personalità di spicco dello scenario politico e governativo totalmente impegnate a seguire l’evolversi della nascita del neogoverno tecnico alle sue prime “uscite” nazionali. Nessun politico di rilievo, infatti, ha ritenuto di partecipare all’importante evento accademico che, per il passato, ha visto la presenza di elevatissime autorità politiche nazionali e locali costituire il tipico parterre della grande sala che ospita il tradizionale evento.

Ai convenevoli di prassi e ad una tediosa ed inascoltata lettura del lungo curriculum vitae del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, che ha presieduto l’evento, è seguita l’attesa prolusione del prof. Gori che, al momento, rappresenta una delle più autorevoli autorità nazionali e, certamente, anche mondiali in tema di Relazioni Internazionali e Studi di alta Strategia Politico-Militare. Purtroppo, il vastissimo e qualificato uditorio costituito, oltre che da tutti gli Allievi e frequentatori dell’Istituto Militare di Pozzuoli, da numerose personalità religiose, civili e militari, a motivo di una persistente e fastidiosa afonia del prolusore e dell’impossibilità di porvi tecnicamente rimedio operando sugli apparati di diffusione sonora, non è stato in grado di udire bene, e di conseguenza ben comprendere, le interessanti argomentazioni dell’illustre prolusore; con la conseguenza che il validissimo messaggio culturale che l’ottimo Gori aveva in animo di far giungere a tutti è stato praticamente vanificato.

La successiva lettura del testo prolusivo, immesso in rete ha consentito, finalmente, di apprezzare appieno la sostanza del lungo intervento tutto incentrato sugli inimmaginabili scenari geopolitico-militari di prossima generazione. E le concrete prospettazioni delle innovazioni strategiche, quali s’annunziano nell’immediato futuro, se fossero state udite, e quindi ben comprese, dal vasto pubblico presente, avrebbero meravigliato, ma soprattutto preoccupato tutti. Forte dell’incommensurabile esperienza acquisita in studi e relazioni internazionali, ai massimi livelli, il prof Gori ha realisticamente rappresentato quanto e come sia mutato, e stia continuamente evolvendo, lo scenario delle strategie politico-militari internazionali e, quindi, mondiali.

A determinare tali mutazioni sono le nuove realtà rappresentate dall’inevitabile interconnessione sovranazionale fra gli Stati del mondo in coincidenza dell’introduzione, ed impiego, del WEB. La necessaria premessa del prolusore non poteva non rammentare a tutti che l’evoluzione delle guerre è stata sempre al passo con quella dell’economia e della tecnologia e che esse si sono vicendevolmente condizionate a seconda del momento storico vissuto. Le profonde rivoluzioni vissute dall’umanità, da quella agricola a quella industriale, per poi giungere a quella, odierna, tecnologica, hanno impiegato centinaia di anni per giungere allo stadio attuale; ed ora – sostiene il Gori- ci troviamo ad essere proiettati in una quarta “ondata”; la nostra era sembra annullare, come d’incanto, fattori quali tempo e spazio, proiettando tutto e tutti verso “l’intagibile”; con la conseguenza che le prossime future probabili o improbabili –quanto deprecate- guerre le “cyber war”, per intenderci, produrranno effetti immediati e globali. Ma la riflessione più acuta emersa dalla parola del prolusore è quella secondo cui, nei casi ipotizzati di guerre virtuali non sarà possibile comprendere, con certezza, chi le abbia scatenate; non essendo possibile, nell’infinità dell’etere, individuare le responsabilità e risalire alla mano ed alla mente “cibernetica” che ha avviato un processo aggressivo contro uno Stato. Si domanda, quindi, il prolusore: a quale livello un “Cyber attacco” deve essere considerato alla stregua di una “guerra” ?

Citando Mary Kaldor, brillante accademica britannica docente di Global Governance, le “nuove guerre o le guerre post-moderne” implicheranno un impegno sempre minimo di forza fisica (uomini, carri, aerei, navi) per esplodere in silenziose e più distruttive deflagrazioni “intangibili”. Ecco che le guerre “virtuali” rappresenterebbero la “quinta dimensione” delle future conflittualità. In tale ottica appare del tutto fuori “moda” l’investimento in miliardi e miliardi di euro o dollari per organizzare eserciti armati con armi convenzionali che difficilmente – forse mai più- saranno impiegate. E se le parole del prof. Gori –in assenza della sua afonia- fossero state udite e ben comprese, l’uditorio si sarebbe raggelato nell’apprendere dell’esistenza di una micidiale arma “più letale mai concepita” oggi esistente: il supervirus Stuxnet che, sperimentato in Iran, ne ha bloccato le centrifughe degli impianti nucleari di Busheher e Natanz. Questo virus, ideato dagli USA e da Israele, secondo il New York Times sarebbe stato messo a punto nei laboratori supersegreti operanti in pieno deserto del Negev. Siamo alla guerra sul WEB che per l’ambiente in cui opera si propaga, com’è evidente, alla velocità della luce. E l’agghiacciante esposizione dl prolusore non s’è limitata alla notizia –certamente ignota al grande uditorio dell’Accademia Aeronautica- dell’esistenza di quel primo micidiale “worm”; un altro ne è stato approntato dal più dolce appellativo di Duku, ma ben più micidiale del primo. Cosa siano capaci di realizzare questi “virus” è presto detto e molteplici sono le forme con cui può manifestarsi ed attuarsi una Cyber War. Il prof. Gori ha, quindi, illustrato le variegate tipologie che può assumere una moderna Cyber War fra i cui obiettivi immediati si annovera certamente l’Information Warfare - IW (guerra dell’informazione). Che a sua volta può assumere le sembianze di:

  • command and control warfare (C2W), che mira a colpire la testa dell'avversario;
  • intelligence based warfare (IBW), che progetta e protegge propri sistemi per la gestione dell’informazione e per ingannare e inquinare quelli dell'avversario con lo scopo di dominare il campo di battaglia; 
  • electronic warfare (EW), che utilizza strumentazioni radio, elettroniche e strumenti di crittografia; 
  • psychological warfare (PSYOP), utilizzata per influire e modificare opinioni di soggetti vari e delle opinioni pubbliche, diventate i nuovi “centri di gravità”; 
  • hacker warfare (HW), che attacca computer, reti telematiche e sistemi di elaborazione dati; 
  • economic information warfare (EIW), che blocca o manipola informazioni nella ricerca di una sua propria supremazia economica; 
  • la cyber warfare, che costituisce la “summa” delle operazioni più avanzate con l’utilizzo delle più recenti tecnologie informatiche, elettroniche, satellitari.

Nell’avviarsi verso la fine della sua prolusione il prof Gori non ha ritenuto esimersi dal sottolineare il gravissimo pericolo che tutti gli Stati corrono per l’affermarsi degli scenari cibernetici che assumono sempre più concreti aspetti di difficile, se non impossibile, gestione. In sintesi estrema, il prof Gori ha sottolineato che “che gli attacchi cibernetici, provenienti sia da Stati o da loro servizi segreti, da terroristi o reti criminali (queste ultime interessate ai guadagni economici) possono infliggere danni gravissimi agli interessi strategici, economici e finanziari del Paese. Sia detto per inciso, i Ministri delle Finanze del G8 ritengono che i crimini informatici costino 80 miliardi di dollari all'anno. A rischio sono soprattutto le infrastrutture critiche collegate con le attività finanziarie, l’elettricità, il gas, le telecomunicazioni, le strutture governative civili e militari, oggetto anche di azioni di cyber spionaggio. La minaccia è in forte sviluppo. Le peculiarità già menzionate (in particolare, l’estrema velocità di mutamento) hanno diretti riflessi sui processi decisionali e sulle misure di contrasto che è necessario coordinare a livello nazionale e, fin dove possibile, comunitario e internazionale. II pericolo infatti è globale e anche le risposte devono essere globali”. Come ultima riflessione, ma non certo per importanza, il prolusore sostiene che il “potere” nell’era che si vive e che s’annuncia, sembra transitare dagli Stati a “gruppi” che primeggiano o detengono le leve della tecnologia informatica; con la conseguenza che non più le armi ( convenzionali) decideranno delle sorti di sempre più improbabili conflitti fisici, bensì il know how e l’intelligenza.

E citando Napoleone: conclude - "vi sono solo due poteri al mondo: la spada e l’intelligenza. A lungo andare la spada è sempre battuta dall'intelligenza".Gli inattesi, sorprendenti ed inquietanti scenari politico-militari-strategici che si sono dispiegati all’attenzione delle centinaia di persone presenti alla cerimonia, indurrebbero a riflettere concretamente sull’opportunità –se mai ve ne fosse motivo- di destinare quasi quaranta miliardi di vecchie lire per le spese militari. La legge di Bilancio 221/2011, infatti, ha previsto, per la funzione Sicurezza e Difesa, uno stanziamento di 18.612,1milioni di euro da destinare,anche, in manutenzione ed acquisizione di armi convenzionali ( carri armati, aerei, navi per le tre FFAA). Pur con tutta la buona volontà e scevro da pregiudizi “antimilitaristi” che non fanno parte della mia struttura mentale, appare di tutta evidenza che destinare un solo euro alla manutenzione di un “carro armato” che – negli scenari attuali- mai e poi mai valicherà i confini patri in difesa del suolo italico appare delirante. Così come oggi appare del tutto incomprensibile il perpetuarsi – dal 9 luglio del 1933- del famoso carosello dei Carabinieri che si svolge annualmente in piazza di Siena in Roma. Le tradizioni certo…; I Carabinieri …certo; sono nel cuore di tutti gli italiani emblematici ed intoccabili come la “Ferrari” e le “ Frecce Tricolori”, ma quell’autentico spreco di risorse ed energie per pochi minuti di un Carosello e per pochi secondi di una “Carica di cavalleria” in memoria dell’epica impresa del Maggiore Alessandro Negri di Sanfront, che guidò lo “squadrone di guerra” di 434 carabinieri il 30 aprile del 1848, (prima guerra d’indipendenza italiana) appare fuori dalla realtà. Specie in questo momento in cui la stampa nazionale, all’unisono, denunzia onerosissimi tagli alle disponibilità delle Forze di Sicurezza i cui componenti, se son vere le rivelazioni riportate dagli organi di informazione, si devono tassare per acquistare il carburante per le auto di servizio. C’è da chiedersi quanto i Carabinieri siano, ancor oggi, fieri ed orgogliosi di essersi esibiti, in quella calda notte d’agosto del 2010, con la loro ardimentosa “carica” innanzi a Muammar Gheddafi che di lì a pochi giorni si sarebbe trasformato nell’assassino del suo popolo. “ …usi obbedir tacendo…” Il motto della nobile Arma è l’unica ragione plausibile cui tutti gli italiani devono far appello per “perdonare” i Carabinieri per quell’oscena sceneggiata cui furono costretti dal Presidente del consiglio e dal ministro delle Difesa che “ordinarono” quell’esibizione in onore di un molto disonorevole ospite. Piace rammentare, con l’occasione, che numerosi generali di corpo d’Armata dei CC, non furono in grado, in quell’occasione (agosto 2010) di opporsi alle richieste del presidente del Consiglio che volle, fortissimamente volle, che avesse corso quel tributo di militare deferenza ad un già noto e conclamato torturatore del suo popolo. Mentre appena qualche mese prima, un molto più coraggioso Com.te delle “Frecce Tricolori” il T.col. Massimo Tammaro si rifiutò di far volare – sui cieli di Tripoli- i suoi 10 jet MB339 della Pattuglia Acrobatica Nazionale con i soli fumogeni “verdi” (il colore che appariva nella bandiera della Libia sotto la dittatura) così come espressamente Gheddafi aveva chiesto all’onnipresente ministro degli esteri Frattini. Ogni commento è lasciato al lettore!

 
Regione Marche: l'attività del partito PDF Stampa E-mail

riunione-PesaroNella serata di venerdì 4 novembre, si è tenuta a Pesaro presso l'hotel Gala, una riunione tra i maggiori responsabili del Partito Popolare - Sicurezza e Difesa. A fare gli onori di casa è stato il Segretario regionale delle Marche, Sebastiano Bonaccorso, che ha accolto il Segretario nazionale del partito, Giuseppe Paradiso, il Presidente del Consiglio Nazionale, Natale Consoli, oltre ai segretari regionali e Capi dipartimento nazionali provenienti da tutta la penisola.

A margine della riunione i vertici del partito hanno incontrato una numerosissima rappresentanza composta da esponenti politici locali, sigle sindacali, associazioni, cittadini pesaresi ed appartenenti al comparto Sicurezza e Difesa. Nel corso della conferenza sono stati illustrati, oltre alle linee programmatiche nazionali del partito, i risultati ottenuti dalla formazione politica in termini di radicamento sul territorio marchigiano e i motivi che stanno alla base del favorevole accoglimento della nuova realtà politica.

Al termine della conferenza è seguito un vivace ed interessante dibattito nel corso del quale i vari esponenti locali hanno interloquito con i vertici del PPSD su diversi aspetti - di natura politica e sociale - che costituiscono motivo di preoccupazione soprattutto in considerazione del delicato momento storico attraversato dalla nazione, caratterizzato da disagi sociali particolarmente marcati.

In vista delle prossime elezioni amministrative, gli esponenti locali del PPSD hanno illustrato agli astanti un programma di massima degli incontri che saranno svolti su tutto il territorio marchigiano, allo scopo di portare a conoscenza delle varie realtà sociali i punti salienti che costituiranno l'azione politica regionale della neo formazione politica. «E' ancora presto per parlare delle future alleanze con le altre forze politiche - ha dichiarato il Segretario nazionale - che saranno comunque valutate sulla base di accordi che metteranno al centro il benessere e lo sviluppo dei cittadini marchigiani».

«Il nostro programma - ha aggiunto Natale Consoli - si ispira ai criteri della partecipazione civile al processo decisionale politico, fattore irrinunciabile di una formazione politica che trae il proprio fondamento dai valori costituzionali e mette al centro la dignità del cittadino».

Sebastiano-Bonaccorso«Nel nostro programma - ha sottolineato Sebastiano Bonaccorso - è facile scorgere il fil rouge costituito dal binomio Giustizia e Legalità, senza le quali è impossibile costruire un futuro sano e con prospettive di sviluppo, che finalmente faccia piazza pulita del malcostume politico che ha portato al collasso la nostra nazione e che costituisce motivo di astio nei confronti della politica in genere da parte dei cittadini».

Il Segretario regionale ha quindi invitato gli ospiti a leggere con attenzione il programma politico del partito, comodamente consultabile via internet sul sito www.posd.it»Nel corso della serata inoltre, e stato nominato dal Segretario Regionale Sebastiano Bonaccorso, alla carica di Segretario cittadino di Fossombrone e responsabile del Dipartimento Sanità, il Sig. Augusto Giorgetti.

Il giorno successivo il Segretario nazionale, oltre che ad intrattenersi con alcuni esponenti politici provinciali e regionali, ha partecipato al congresso provinciale di Pesaro di FLI, al quale era stato invitato dal Coordinatore provinciale Antonio Napolitano. Prima dell'inizio del congresso, Giuseppe Paradiso ha avuto un colloquio con l'on. Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare Antimafia e della Commissione Giustizia e, successivamente, ha illustrato all'attenta platea la novità costituita dal Partito Popolare - Sicurezza e Difesa, rappresentando il percorso politico finora compiuto.

 
Indignados: ecco come la pensiamo PDF Stampa E-mail

guido-lanzoRoma, 17 ottobre - (di Guido Lanzo) Dalla metà di maggio di quest'anno su giornali, telegiornali e pagine web di mezzo mondo si è diffuso rapidamente il termine indignados. In italiano potremmo tradurre questo termine con indignati, sdegnati, esacerbati, arrabbiati. Indignados, dunque. Ma per cosa? Per la corruzione in politica, per i costi della politica, per un sistema considerato l'antitesi della democrazia reale, per la gestione della crisi economica, per i drastici tagli al Welfare State, per l'assenza di prospettive per le nuove generazioni.
Premessa, quindi, la condivisibile e stimabile intenzione di “indignarsi” rispetto ad un sistema traviato dal Dio denaro, occorre, a tal punto, capire cosa è successo durante la manifestazione di Roma, da consentire che la collaudata rivolta pacifica trascendesse nell’orrenda barbarie incontrollata.
Una riproposizione di quello che accadde nel dicembre scorso (o addirittura a Genova dieci anni fa)? Chi voleva cosa? Perché a Barcellona sono scese in strada quasi 200 mila persone, si è occupata l'università di Barcellona, si sono occupati vari ospedali e tutto si è svolto pacificamente, mentre in Italia no?
Occorre fregiarsi della capacità (solo italiana?) di trasformare una manifestazione pacifica in uno scontro di piazza che mette a ferro e fuoco una città?
Mentre l’Europa ed il Mondo manifesta pacificamente contro le decisioni della grande finanza e per il futuro dei giovani, il nostro paese rimane in balìa di regolamenti di conti tra frange estreme che hanno aspettato dieci anni per ‘colpire’.
Chi ne fa le spese? Roma, i cittadini, i proprietari delle decine di macchine distrutte, bruciate, gli abitanti dei palazzi danneggiati, i negozianti che hanno visto infrangere le loro vetrine.
Oltre a loro, escono mediaticamente sconfitti anche le centinaia di migliaia di persone che pacificamente, avevano deciso di esprimere la loro indignazione verso un mondo che non si occupa del lavoro, della sicurezza sociale ma che pensa solo a salvare banche, finanziarie e fondi.
Una guerriglia annunciata sui blog, social network, passaparola e slogan che gli organi preposti alla sicurezza non potevano ignorare. C’è già chi parla di complotto, che i misfatti di Roma siano serviti e strumentalizzati per deviare l’attenzione, arte che di certo non può negarsi all’attuale governo. In effetti sembra improbabile lasciarsi trovare impreparati ad un simile epilogo, le altre capitali europee hanno peccato di eccesso di zelo o di una sana politica di sicurezza preventiva?
In mezzo, tra l'incudine e il martello, ci sono loro: gli uomini delle forze dell'ordine. Vittime dell’immobilismo statale che li condanna sul campo quale effetto cuscinetto degli scontri e nella vita irridendo la dignità degli uomini in divisa con l’indifferenza di uno Stato incurante del tributo offerto dai suoi servitori. Berlusconi con un comunicato ridicolo e offensivo esalta proprio quelle forze dell’ordine alle quali il decreto stabilità appena varato dal Consiglio dei Ministri ha tagliato 60 milioni di Euro. Un governo che non sa garantire l’ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, che non sa prevedere e prevenire quello che tutti noi avevamo temuto, che permette a centinaia di professionisti dello sfascio di arrivare tranquillamente lungo il percorso annunciato della sfilata addirittura con “uniformi nere e maschere antigas” dovrebbe dimettersi, invece di tentare di strumentalizzare le operazioni di questi spaccavetrine. Soprattutto se nello stesso giorno in nessun’altra capitale del mondo – nessuna – dove si sono svolte manifestazioni simili è accaduto nulla di lontanamente simile.
“Londra non si è fatta trovare impreparata”. Roma invece sì. Completamente impreparata, nella più benevola delle ipotesi. E Roma chi è, se non chi amministra la città e governa la nazione?

 
Polizia, Coordinatore regionale del PPSD interviene al congresso del SIULP PDF Stampa E-mail
angelo-dandreaRoma, 29 set - Si è svolto a Modica, il 26 settembre,  presso il Centro Congressi del Palace Hotel, il 7° Congresso Provinciale del SIULP. Di seguito l'intervento di Angelo D'Andrea, Coordinatore regionale della Sicilia del Partito Popolare Sicurezza e Difesa.

Il Partito Popolare Sicurezza  e Difesa  ringrazia il Segretario Provinciale per l’invito e partecipa tutta la solidarietà alle lotte che il SIULP porta avanti per garantire agli operatori della Sicurezza le condizioni necessarie per poter  svolgere il proprio servizio con tranquillità ed efficienza nell’esclusivo interesse del Cittadino.

Purtroppo i militari, ivi compresa l’Arma dei Carabinieri non possono contare sulla democraticissima istituzione del Sindacato per poter operare nelle stesse condizioni di serenità e soprattutto trasparenza. Per questo l’esigenza nel 2009, fondatori l’avvocato Giorgio Carta e Giuseppe Paradiso, da parte di cittadini in uniforme di una iniziativa politica di impegno sociale e politico. Il   progetto iniziale  del PPSD, era quello di vedere riconosciute e soprattutto applicate le "Garanzie Costituzionali" di cui dovrebbero beneficiare tutti: il pieno esercizio dei diritti politici  la funzione essenziale del sindacato per tutti i lavoratori della sicurezza e della  difesa. Tale progetto trova condivisione presso la società civile, tra quanti sono convinti che in democrazia non possono esistere “zone grigie”.  Diritti che come sapete ai Militari sono negati e molti colleghi dell’Arma dei Carabinieri hanno attualmente qualche “problema” pagando in prima persona proprio per aver chiesto di esercitare tali diritti. Tanto che siamo stati costretti il 2 dicembre scorso ad organizzare, insieme a loro,  una pacifica manifestazione davanti al comando Generale dell’Arma a Roma . Un paese democratico è tale quanto tutti i cittadini godono degli stessi diritti e sono, realmente, assoggettati ai medesimi doveri.
Ma nel triste momento che attraversa il nostro paese, anche l’elementare diritto ad una retribuzione adeguata ai rischi a cui sono esposti gli operatori della sicurezza e della difesa, può apparire, e ne siamo perfettamente consapevoli, un privilegio. Ma il cittadino in uniforme, è un cittadino che paga due volte lo sfacelo sociale a cui una politica impunita e irresponsabile ci ha condotti. Lo paga per quanto connesso alla sua funzione di servizio nei confronti del paese e lo paga come cittadino
Siamo  consapevoli del fatto che alcune categorie sociali vivono in uno stato di quasi  totale impunità  (il nostro Parlamento ce lo insegna) incentivando di fatto la “cultura” dell’illegalità la quale, impedendo una sana e leale competizione in tutti gli aspetti che coinvolgono il  campo economico-sociale, ne mina le basi.
Il PPSD, nel suo programma politico in materia di giustizia e sicurezza chiede con forza Il rispetto rigoroso delle leggi, non per puro moralismo o  vago giustizialismo ma perché siamo convinti che,  in uno Stato democratico è alla base di una civile convivenza e della coesione sociale.
Una squadra vince quanto scendono in campo gli uomini migliori non i più furbi. Allo stesso modo il nostro paese potrà vincere le sfide  competitive solo quando utilizza i suoi figli più capaci.

Riteniamo, e  penso nessuno a parole si dichiarerà contrario,  che la strada maestra per combattere l’illegalità non possa non tenere conto del diffuso fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione, specie nei livelli  fortemente contigui alla politica, e dei suoi nefasti effetti sulla qualità di vita del cittadino. L’esemplarità delle pene deve essere atta a scoraggiare il dilagare dei fenomeni  corruttivi in ogni loro manifestazione.
 
Sicurezza e democrazia rappresentano oggi un binomio inscindibile. Una Sicurezza efficiente ed efficace posta realmente al servizio del cittadino è l’unica garanzia per la democrazia.
Ma l’efficienza non dipende dagli operatori, non dipende da poliziotti, finanzieri o carabinieri,  ma dalle risorse messe a disposizione dai governi e dall’impiego a cui sono deputati (scorte e stadi, quanto personale impiegano?). Sono realmente al servizio della collettività quando impiegati nel doveroso compito di far rispettare leggi. Leggi che devono peraltro, essere improntate a criteri di giustizia e, possibilmente  emanate da un governo o un’autorità moralmente legittimata.
 Sarebbe ingenuo non pensare, anche se ci auguriamo che non avvenga mai, che a breve la tragedia della disoccupazione e della perdita del lavoro vedrà la piazza protagonista del confronto  politico. Per questo è bene ricordare che  la differenza tra repressione e mantenimento dell’ordine pubblico è molto labile quando questa legittimità non è percepita da chi è oggetto dell’azione di polizia.

Con orgoglio, facciamo notare che il PPSD, per  quanto concerne la sicurezza,  annovera all’interno dei dipartimenti tematici del PPSD,  il Dottor Marco Filippi, un professionista che tiene corsi e conferenze presso le strutture addestrative delle FF. PP. in Italia ed all’estero sull’utilizzo ed impiego delle armi non letali. Equipaggiamenti, tecniche ed addestramenti  per riuscire  in particolari contesti (disordini di piazza particolarmente violenti) ad agire senza causare danni nei confronti di criminali, nemici e quanto altro.

Le armi non letali sono dispositivi o armi vere e proprie, fino a giungere a sistemi d’arma complessi come quelli navali, progettati e realizzati in modo da agire sulla fisiologia umana o sulla meccanica dei motori o su tutto quello che può essere “temporaneamente disabilitato”.  Questo permette agli operatori alla sicurezza di svolgere serenamente il compito di prevenzione e contrasto alla criminalità senza rischi collaterali. Senza l’uso di armi letali non ci sono morti e nemmeno inchieste che, comunque vadano a finire, danneggiano chi abbia usato un’arma anche solo per legittima difesa.

Non temiamo di apparire fuori moda pretendendo che chi esercita il potere dia l’esempio. E non si può negare che da parte dell’attuale classe dirigente nazionale manchino gli esempi. Purtroppo non quelli che il popolo italiano merita.

Ripetiamo cose già dette, ma le condizioni delle FF.PP. sono ormai allo stremo per l’emorragia di risorse dovuta a tagli lineari operati con il solo intento di fare cassa per poi preoccuparsi del problema della Sicurezza  solo  per pura propaganda elettorale.
A questo si aggiunge la presenza di ministri della Repubblica che sistematicamente screditano  quanti  a qualunque titolo servono lo Stato ed in particolare i cittadini in uniforme.  Creando di fatto,  i presupposti affinché l’opinione pubblica  focalizzi (in tempi di diritti negati e malessere sociale) la propria attenzioni sui diritti e non sui gravosi doveri compiuti con grandi sacrifici dal  personale  e per riflesso dai propri familiari, nella massima ristrettezza  di risorse umane e materiali.
Questo del resto non è un fatto nuovo, segue la logica del “divide et impera”.

Come è vero che in passato nessun governo, senza distinzione di colore, si è prodigato per rimuovere quei pregiudizi culturali che sfociano a volte in una generale diffidenza tra il mondo civile ed il mondo degli operatori alla sicurezza.  Diffidenza che a volte diventa esplosiva come nel caso delle manifestazioni di studenti o nel caso particolare della T.A.V..
Credo in questa sede non sia nostro compito elencare richieste per un miglior funzionamento della Sicurezza, esigenze ben rappresentate dai vari (per chi c’è l’ha)  sindacati di categoria.

Vogliamo che Il PPSD non rappresenti  una espressione di "difesa corporativa militare in genere", ma è un luogo di incontro e strumento d’azione di quei cittadini che scelgono di occuparsi in prima persona della "cosa pubblica" e del futuro per il bene comune. Perché noi crediamo sia giunto il tempo che tutti i cittadini "scendano in campo". Abbiamo nostro malgrado imparato che quando a farlo è UNO SOLO il risultato è una classe politica impunita e moralmente impresentabile e la bancarotta economica del paese.

Solo così potremo evitare di trovarci nella piazza a fronteggiare o peggio sparare contro i nostri fratelli, contro cittadini con i nostri problemi più uno: la disoccupazione. Persone che chiedono solo il lavoro ed il diritto ad una vita dignitosa. Plaudiamo spesso ai tagli del governo, come nel caso delle provincie, (legittime per carità) ma di finanziaria in finanziaria si taglia  solo stato sociale e posti di lavoro.

Ma, peggio ancora, in una regione come la Sicilia in cui la disoccupazione giovanile supera il 43%, domani potremo trovarci di fronte i nostri stessi figli. Non commettiamo l’errore di pensare di salvarci da soli, perché per potenti ed influenti possiamo essere, al di la dei dati ufficiali due su tre dei nostri figli non troveranno lavoro o perlomeno una occupazione che abbia la dignità di un lavoro.  E per quelli che riescono a salvarsi è bene che ricordino, che quando la nave affonda, come nel caso del Titanic, affogano anche quelli della prima classe.

Un figlio della nostra terra, Franco Battiato, in un suo libro in cui parla della sua terra, la  Sicilia, dice che da noi ogni giovane è destinato ad una brillante carriera di disoccupato e ogni disoccupato ha la sua consacrazione definitiva. Speriamo abbia torto.

Abbiamo ascoltato con molto interesse l’intervento del Segretario Nazionale del SIULP e concordiamo perfettamente con l’esigenza che il sindacato e la politica rimangano soggetti con ruoli separati e distinti. Ma purtroppo quando la casa brucia dobbiamo diventare tutti pompieri. Abbiamo il dovere morale di farlo. Per i nostri figli.

 


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